La Peranzana, cultivar di oliva tipica dell’alto tavoliere della Puglia è originaria delle Francia nello specifico della Provenza (da cui il nome dialettale "Provenzale") , fu introdotta nei feudi dei De Sangro nel 1800, da Michele De Sangro, ultimo Principe di San Severo morto a Torremaggiore il 5 febbraio 1890. Noto per aver modernizzato le coltivazioni con macchine a vapore, impiantando nuovi oliveti e creando i primi frantoi per quest'oliva nella zona di Torremaggiore.
Storia della Cultivar Peranzana
- Provenienza: Francia, regione della Provenza.
- Nome: Deriva da "Provenzale", abitante della Provenza, adattato nel dialetto locale.
Un Microclima Ideale
Sebbene originaria della Francia, la Peranzana ha trovato nel territorio di Torremaggiore e dei comuni limitrofi (San Severo e San Paolo di Civitate) il suo habitat perfetto. In questa ristretta area della Puglia settentrionale, la pianta ha beneficiato di un microclima unico che ha trasformato radicalmente le sue caratteristiche originali, rendendola una cultivar non riproducibile con gli stessi standard qualitativi in altre zone.
Da Varietà di Nicchia a Eccellenza Mondiale
La Peranzana è considerata una varietà "dual purpose" (a duplice attitudine), apprezzata sia come eccellente oliva da mensa (per la sua polpa soda e gustosa) sia per la produzione di un olio extra vergine di altissimo pregio. Oggi, la Peranzana di Torremaggiore è riconosciuta come un patrimonio di biodiversità unico, tutelato e amato dai conoscitori per la sua capacità di mantenere vivo un legame storico lungo tre secoli.
La Peranzana e il Principe Michele de Sangro
Michele De Sangro
"Si narra che il giovine Michele Di Sangro ( o De Sangro), degli antichi duchi di Borgogna, Conte dei Mardi, ultimo principe di San Severo e di Castelfranco, duca di Torremaggiore, marchese di Castelnuovo e di Casalvecchio, Barone di Fiorentino e di Dragonara, utile di Cantigliano, di Torre e Porto di Fortore e di Sant’Andrea, Grande di Spagna di prima classe, durante uno dei suoi soggiorni nella capitale partenopea si fosse innamorato, contraccambiato, della figlia del principe Ruffo-d’Espinosa. Il loro rapporto era ostacolato e col tempo si raffreddò sicché, ella, trascorso del tempo, convolò a nozze non desiderate con altro nobile di pari rango….
Il Di Sangro continuò a corteggiare la bella del cuore la quale, riaccesasi la fiamma della passione, abbandonò il marito per seguire il Principe. I due amanti si nascosero e rifugiarono presso la masseria Camerata di Torremaggiore che divenne la loro alcova.
Nacquero due bambini, e questo per l’epoca fu di grandissimo scandalo, ma a causa dell’intervento del Re, a cui erano ricorsi il marito e il padre di Lei, il Principe Michele fu esiliato e dovette rifugiarsi a Parigi dove provvide a far costruire una splendida villa sulla Senna.
Approntato che fu il nido d’amore chiamò a raggiungerlo la Ruffo con il figli. Durante il viaggio che la Contessa affrontò per raggiungere l’amato, durante un violenta tempesta, i suoi bambini vennero scaraventati in mare; ella si tuffò nel tentativo di salvarli, ma nella furia delle onde perirono tutti.
Il Principe di San Severo cadde nello sconforto per la disgrazia occorsagli e si fermò stabilmente a Parigi per non incorrere nelle rappresaglie e per fuggire il ricordo della felicità trascorsa.
Quivi strinse amicizia con Ugo Croghan, eccellente botanico inglese, il quale gli aprì i misteri della propria scienza, che tanto gli sarebbero tornati di giovamento nella coltivazione dei suoi latifondi.
L’avvenente figlia di questi Elisa, che frequentava il magnifico palazzo Di Sangro di Parigi, attratta dal bel principe partenopeo, se ne invaghì. Egli cedette alle lusinghe della ragazza, che era di vent’anni più giovane di lui, facendone la compagna inseparabile dei suoi giorni, anche se non dimenticò dell’amore e del ricordo della contessa Ruffo…
Negli anni trascorsi a Parigi Michele Di Sangro si dedicò allo studio alacre dell’agricoltura, visitò i più celebri istituti agrari della Francia dalla scuola di Grignon ai metodi agrari della Gran Bretagna.
Intorno al 1870, allorché si instaurò la Repubblica in Francia e decaddero i Borboni in Italia, il Principe, accompagnato dalla Elisa Croghan, ritornò in patria, a Torremaggiore. Qui, avvalendosi degli studi fatti e dei consigli dell’illustre botanico Croghan padre di Elisa, si prese cura dei suoi estesi fondi, migliorando i metodi di coltivazione, sostituendo alla forza dei cavalli e degli uomini, quella del vapore, facendo giungere dall’Inghilterra e dall’America nuove macchine agrarie. In questo contesto furono impiantati nuovi vigneti e oliveti.
A tal proposito furono importati nuovi oliveti ed innestati quelli esistenti con la varietà importata da quella soave terra francese, la Provenza, di cui Egli stesso era originario (la Borgogna era un tempo l’alta Provenza) e che ben sposò l’ambiente adottivo dando come prodotto quel nettare dorato dall’inconfondibile gusto e profumo.
Il Principe di San Severo fu il primo ad introdurre in Puglia e ad impiantare per proprio uso a Torremaggiore, nel Tappeto posto in tre vasti ambienti suddivisi da due archi nel fossato dell’ala del Castello, il Mulino a Fuoco e i torchi per trarne l’olio, nel numero di quattro muniti ciascuno della relativa fossa di raccolta e di un frantoio con macina, tutti di felicissima invenzione che venivano curiosati da non pochi abitanti dei paesi circonvicini.
Destinò, dopo la sua morte (5-2-1890), tutto il suo enorme patrimonio ad opere di pubblica utilità, delegando ai Comuni (in particolare San Severo e Torremaggiore, dove i suoi feudi erano più cospicui) il compito di promuovere il progresso e la prosperità dell’economia, soprattutto agricola, servendosi delle rendite fondiarie. Così nasce a San Severo agli inzi del ‘900, dopo una lunga disputa giudiziaria tra gli eredi diretti che volevano appropriarsi delle proprietà e la Elisa Croghan che invece voleva dare seguito alle volontà del suo compagno e ultimo Principe di San Severo, la Fondazione Di Sangro e l’anesso Istituto Agrario che tanto fecero per il progredire della viticoltura e olivicoltura nel territorio della Capitanata."
Testo estrapolato da "Il Brigante e il Gentiluomo" liberamente tratto dagli scritto dell'Avv. Mario Fiore ed Emanuele Iacovelli